Fabrizio Bertocco
Sono venuto al Mondo a Torino, in una calda giornata d’estate, in principio degli anni ’70, era mattina presto. In quel periodo, negli Stati Uniti, il Presidente era Richard Nixon. Barack Obama doveva compiere 10 anni e in quel preciso istante, per il gioco dei fusi orari, penso stesse dormendo. Nella vita non ho mai colto l’occasione buona ma senza presunzione, nel mio piccolo, posso dire d’essere uno infallibile, uno che sbaglia ogni tipo di scelta, un cecchino dell’errore, un fautore del salire sopra il carro sbagliato.
Al pensiero mi vengono i brividi, mi sembra d’essere “manovrato” dall’Alto perché una volontà quasi soprannaturale di perseverare nell’errore, credo che ce l’abbiano in pochi.
Ma non è così. Anzi. Mi sembra di sentire, metà in italiano, un quarto piemontese, un quarto aramaico, una voce da dentro che mi persuade e mi spinge: «Fabrizio, perché una buona volta non decidi con la tua testa? Io ho fiducia in te!»
Ho la sensazione che in tutto questo periodo, ho avuto la timidezza di chiedere a me stesso d’indicarmi la retta via. Forse l’errore più grande è stato proprio quello: non ascoltare cosa io volevo.
In tutti questi anni ho svolto una quantità innumerevole di mansioni: assemblatore-montatore, venditore porta a porta, collaboratore in giornali, cuoco, impiegato contabile, impiegato addetto all’amministrazione, addetto alle transenne, operaio alla catena di montaggio, operaio alle presse, agente immobiliare, operatore di call center, disoccupato, cameriere, archivista, mediatore culturale (non so che cazzo vuol dire), procuratore, fare il minchione e dare retta ad una manica di coglioni!
Non ho mai ambito a tanto, ma ad una vita sì.

